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Lezioni di Politica Estera: La Palestina

Pubblicato in politics da marco.inge il 20 July, 2006

dalla seduta del Senato della Repubblica del 18 luglio c.a.,
[non sono fra gli estimatori della figura politica dell’ex Divo Giulio, ma bisogna riconoscergli che su certe questioni, in politica estera, ha il coraggio e l’intelligenza di dire le cose come stanno. Sottoscrivo in toto.]

ANDREOTTI (Misto). Domando di parlare.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
ANDREOTTI (Misto). Signor Presidente, credo che su questo problema vi sia una linea italiana che prescinde dalle modifiche di carattere strutturale dei Governi. È la linea che il senatore Colombo ha prima ricordato e che nacque proprio a Venezia, quando per la prima volta, nel 1980, si parlò del dialogo necessario tra israeliani e palestinesi.

Era una novità: due anni più tardi profittammo della conferenza dell’Unione interparlamentare tenutasi a Roma, per invitare Arafat, che ricordo in quel momento non aveva il visto non solo per andare negli Stati Uniti, ma nemmeno negli altri Paesi europei. Arafat venne - certamente sapevamo già prima ciò che avrebbe detto nel suo discorso - e annunciò che, se si fosse instaurato il dialogo, l’OLP avrebbe cancellato dal suo statuto la demonizzazione dello Stato Israele.

C’è voluto del tempo, si sono fatti dei passi avanti e dei passi indietro. Sta di fatto, però, signori, che nel 1948 l’ONU ha creato lo Stato di Israele e lo Stato arabo: lo Stato di Israele esiste, lo Stato arabo non esiste. (Applausi dal Gruppo RC-SE). Esiste questa tappa intermedia, che non può essere considerata definitiva e che ha lacerato anche l’interno del mondo palestinese. Adesso è di moda dir bene di Arafat, perché è morto, ma quando era vivo non molti dicevano bene di lui.

Il prossimo giovedì è previsto nel calendario della Commissione affari esteri una relazione del Ministro degli affari esteri. Sarebbe meglio se essa venisse trasferita in Aula, ma ciò dipende dai Capigruppo.

Vorrei solo aggiungere due cose: sono lieto che il ministro D’Alema abbia adottato un termine che ho cercato di introdurre nel vocabolario. È un termine proprio, non improprio: noi nel vocabolario abbiamo la parola «equidistanza», non abbiamo la parola «equivicinanza».

Ecco, userei tale termine nei confronti di questo problema, non perché vogliamo dimenticare - guai! - il passato. Dinanzi al Muro del pianto mi domandarono il mio avviso e dissi che, quando erano gli ebrei gli ammalati, chi non era al loro fianco mancava ai propri doveri morali, perché il medico dev’essere accanto all’ammalato. Adesso è certamente più ammalato il mondo palestinese.

Possiamo anche isolare - è l’ultima cosa che dico, il discorso sarebbe lungo - il problema del Libano dal problema generale. La collettività dei rifugiati palestinesi in Libano, infatti, è la più tormentata; essa ha creato una situazione, quale quella attuale, in un Paese, il Libano, considerato modello, il Paese della convivenza tra islamici e cristiani (c’era addirittura il turno: se il Presidente della Repubblica era cristiano, il Presidente del Consiglio era islamico, e viceversa). Oggi tutto ciò è profondamente cambiato, anche per la presenza di questa enorme collettività di rifugiati palestinesi.

Non andiamo a cercare chi è che stimola la loro reazione. Credo che ognuno di noi, se fosse nato in un campo di concentramento, da cinquant’anni fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un avvenire, sarebbe un terrorista. (Applausi delle senatrici Nardini e Brisca Menapace). Diciamolo pure con molta chiarezza; moralmente credo che sia dovuto, pur cercando, ovviamente, di fare tutto quello che si può per trovare una strada.

L’ONU ha fallito su questo. L’ONU ha adottato tante risoluzioni, che non sono mai state applicate. Allora - è la mia conclusione - cerchiamo di riattivare, attraverso un nostro stimolo, un intervento dell’Unione Europea. Credo che possiamo farlo e non possiamo assolutamente - raccomando a tutti i colleghi di rifletterci - fare confusione con la valutazione (negativa, ovviamente) di quella che è stata la politica razziale in Italia. Se guardiamo gli atti parlamentari del Senato del Regno, dobbiamo concludere che è una vergogna che in quest’Aula non si sia levato uno solo a protestare contro le leggi razziali, nel 1938. È qualcosa che certamente ci colpisce e che non possiamo dimenticare, ma guai a non ritenere che bisogna isolare, in questo momento, il problema dei rifugiati palestinesi.

Ciò potrebbe essere fatto andando ad attingere proprio alla storia del movimento sionista. Quando, alla fine dell’800, nacque il Movimento sionista, il suo fondatore, Teodoro Herzl, pensò di creare lo Stato israeliano in Uganda, probabilmente erano gli inglesi che suggerivano di non pensare alla Palestina, e sono poi stati gli inglesi, nel 1948, che hanno invece accelerato, perché non potevano più reggere la situazione della Palestina, creando lo Stato di Israele com’è oggi.

Per quanto riguarda le Nazioni Unite, è possibile ipotizzare per questa collettività dei rifugiati palestinesi in Libano un insediamento in qualche parte del mondo che crei per loro una vita nuova? Ne abbiamo parlato l’altro giorno con il Segretario generale dell’ONU Kofi Annan, in Commissione, suggerendogli di studiare questa ipotesi. Non so se sia possibile; però, dinanzi all’inesistenza di altre soluzioni, credo che questa dovrebbe essere almeno studiata.

Certamente penso che sia importantissimo che ci dedichiamo ai taxi e ai notai; ma non dobbiamo togliere dall’ordine del giorno, prima di tutto morale, della nostra politica nazionale questa sensibilità verso il problema della Palestina, perché questo è il problema che non solo può recare del danno a tutti, ma che moralmente ci dovrebbe impegnare di più. (Applausi dai Gruppi Ulivo, RC-SE, IU-Verdi-Com e dalla senatrice Bonfrisco).

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7 Commenti su 'Lezioni di Politica Estera: La Palestina'

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  1. il 20 July, 2006 @ 18:06
    ardù scrive:

    azz, hai capito il divo giulio? prima ti spara il polpettone propalestina e poi propone “un insediamento in qualche parte del mondo che crei per loro una vita nuova”… più o meno quello che vogliono fare i sionisti da 60 anni, sbatterli in qualche deserto di qualche paese arabo confinante sbarazzandosi del problema una volta per tutte!

  2. il 20 July, 2006 @ 18:12
    marco.inge scrive:

    beh, visto che di fatto quello che gli Israeliani hanno lasciato della Palestina sono oramai un po’ di strisce pietrose senza manco una sorgente, per giunta scollegate le une alle altre, e visto che gli Israeliani di lì non li sloggerai mai (a meno che non si decida di far scomparire lo stato di Israele, cosa che pnso nessuno voglia…) quella di un territorio diverso è un’ipotesi da valutare… ciò non toglie che il divo giulio, almeno nei principi, dice ciò che ne d’alema ne altri hanno il coraggio di dire…
    il che la dice lunga…

  3. il 20 July, 2006 @ 23:55
    FAbio scrive:

    Belzebu’ ha tanti difetti
    Ma due o tre cose le sa, e le sa dir bene.
    E’ un grande tante cose….
    Ma anche un ottimo statista.

  4. il 21 July, 2006 @ 0:07
    ardù scrive:

    posso convenire sui principi, su d’alema e su questa sottospecie di sinistra ma non transigere sul “visto che di fatto quello che gli Israeliani hanno lasciato della Palestina sono oramai un po’ di strisce pietrose senza manco una sorgente, per giunta scollegate le une alle altre, e visto che gli Israeliani di lì non li sloggerai mai…”

    pure la camorra, la mafia hanno ormai in città come napoli e palermo sotto il loro controllo interi quartieri: che facciamo, glieli lasciamo visto che son tanto forti e non li sloggeremo mai?
    tutto ciò che israele ha carpito oltre la mitica linea verde deve ritornare ai legittimi proprietari sennò vuol dire accettare come legale una vera e propria rapina.
    qui nessuno vuole nulla di che, solo il rispetto delle risoluzioni onu… rinnegare la legalità ed accettare lo status quo sol perché israele “non lo sloggerai mai” sarebbe accettare una barbarie francamente insopportabile…

  5. il 21 July, 2006 @ 11:01
    emago scrive:

    concordo anche io con queste affermazioni di andreotti, persona che non stimo moltissimo ma che ha parlato con un coraggio che pochi politici avrebbero avuto.
    L’altra sera apro il televideo e leggo l’ultima ora, resto basito!
    macchina foto…

  6. il 21 July, 2006 @ 17:32
    marco.inge scrive:

    il problema, se si vogliono valutare le cose in una prospettiva realistica, e che il diritto internazionale, nonostante i passi avanti che sono stati fatti dagli anni 30 in avanti, non esiste…
    tant’è che dal punto di vista normativo continua a essere basato:
    su accordi fra paesi, bilaterali o multilaterali che siano, che di fatto sono l’equivalente internazionale di un rapporto privatistico fra soggetti indipendenti
    sulle convenzioni
    di cose scritte ed accettate da tutti ce ne sono pochissime e quindi parlare di diritto e di legalià è qualcosa di alquanto fumoso.
    soprattutto quando chi dovrebbe occuparsi della risoluzione delle controversie (l’ONU) è di fatto un organismo mutilato e non-democratico. Il consiglio di sicurezza infatti ha una composizione non paritetica, ma esistono membri di diritto e membri a rotazione, e fra quelli di diritto alcuni possono esercitare il diritto di veto, che è la cosa meno democratica che ci sia… è un organismo mutilato perchè non può contare su forze proprie per far valere le sue risoluzioni, ma deve comunque delegare alla volontà e alla disponibilità dei paesi membri. il che equivale se vogliamo a introdurre de facto ulteriori diritti di veto…
    quindi non facciamo le anime belle che si indignano e chiedono il rispetto della legalità: la legalità esiste nel cuore di tutte quelle persone che hanno una morale. non esiste di certo nei rapporti fra gli stati, che sono alla fine rapporti di forza.
    se Israele deve lasciare i territori ai Palestinesi lo fa o di sua volontà o se qualcuno la convince a farlo, chiedendo per favore… alternativa a tutto questo ci sarebbe il cacciarlo con la pressione della dipliomazia e delle sanzioni o con la forza di una minaccia armata… al limite, lo si potrebbe prendere a calci in culo e sloggiare i coloni dai territori. ma mi sembra che a parte il convincerli ad andarsene di propria volontà tutto il resto sia sogni…

  7. il 21 July, 2006 @ 17:56
    marco.inge scrive:

    detto questo ovviamente, non voglio escludere dal tavolo delle questioni aperte la priorità, per me assoluta, di arrivare alla definizione di regole e di meccanismi, condivisi da tutti i paesi, per trovare il modo di risolvere le controversie internazionali senza ricorrere a conflitti…
    anzi, penso che l’Europa, così timida in politica estera (anche perchè non ha forze armate autonome che tale politica possano supportare con la forza della dissuasione), dovrebbe darsi questa priorità…

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